
Come Piero Dorazio ha portato l'astrazione in Italia
Ancora oggi ci troviamo in un’epoca in cui il campo dell’arte sembra dominato dall’arte politicamente rilevante. Di conseguenza, una domanda antica torna a essere dibattuta: l’arte astratta è intrinsecamente politica o intrinsecamente apolitica? Questa domanda non era estranea all’artista italiano Piero Dorazio, che è cresciuto nel dopoguerra. Dorazio fu uno dei tanti artisti della sua generazione che credevano con tutto il cuore che l’arte astratta fosse il tipo di arte più politico che una persona potesse creare. Nato nel 1927, Dorazio probabilmente conosceva un po’ della storia di quell’altro gruppo di astrazionisti italiani, i Futuristi italiani. La società in cui era cresciuto era ancora scossa dalle convinzioni che essi incarnavano e dagli effetti del fervore fascista e bellicoso che quegli artisti avevano espresso nel loro Manifesto Futurista del 1909. Come molti suoi contemporanei, Dorazio rifiutò tali violente convinzioni politiche fasciste, che aveva visto portare la sua nazione sull’orlo dell’annientamento. Tuttavia, vide qualcosa nell’arte futurista che credeva trascendesse la loro politica nichilista. I Futuristi abbracciarono l’astrazione come modo per esprimere direttamente certe esperienze umane, come il movimento e la velocità. Credendo di essere sulla strada giusta, ma semplicemente sviati nei loro ideali sociali, Dorazio cercò di liberare l’arte astratta italiana dall’eredità dei Futuristi. Negli anni ’50, strinse amicizia con il pittore futurista Giacomo Balla, allora settantenne e residente a Roma. Lo visitava spesso e imparò tutto ciò che poteva sugli aspetti puramente formalisti della sua arte. Dorazio si convinse che il vero potere dell’astrazione risiedesse nella capacità del colore e della luce di comunicare universalmente a tutte le persone. Abbracciò questo principio astratto come un ideale intrinsecamente politico e trascorse il resto della sua vita cercando di comunicarlo attraverso la sua arte.
Gruppo Forma 1
Nel 1947, Dorazio si unì a un piccolo gruppo di artisti italiani che avevano formato un collettivo noto come Gruppo Forma 1. Il loro nome derivava dal titolo di una rivista chiamata Forma, della quale pubblicarono un solo numero. Quel numero includeva un manifesto firmato da Dorazio insieme a Carla Accardi, Ugo Attardi, Pietro Consagra, Mino Guerrini, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo e Giulio Turcato. Il manifesto tentava di conciliare il fatto che questi artisti si consideravano socialisti, eppure, a differenza dei socialisti ufficiali del loro tempo, non credevano nella necessità di creare arte realista socialista. I principi del realismo socialista richiedevano che solo dipinti e sculture figurativi che trasmettessero direttamente le realtà della vita quotidiana della gente lavoratrice potessero avere valore e significato per la società. Il manifesto del Gruppo Forma 1 proponeva una convinzione alternativa secondo cui anche l’arte astratta poteva essere politicamente rilevante e socialmente importante purché fosse basata su qualcosa di universalmente riconoscibile.

Piero Dorazio - Senza titolo V, 1967. © Piero Dorazio
La loro visione dell’astrazione rifiutava il sentimentalismo e l’emozione, dando invece priorità agli elementi formali come struttura, armonia, bellezza, colore, massa e forma. Piuttosto che evocare composizioni astratte dal vuoto metafisico nella tradizione di Kandinsky, o manifestarle dal regno pseudo-psicologico come i Surrealisti, gli artisti del Gruppo Forma 1 cercavano di creare una sorta di astrazione concreta fondata sugli elementi visivi del mondo reale. Si definivano “formalisti e marxisti,” due termini che sostenevano non fossero incompatibili. Dorazio insisteva che questa forma di astrazione socialista non fosse solo importante per la gente comune, ma fosse in realtà ancora più riconoscibile poiché non si basava su riferimenti regionali o culturali specifici, bensì sui colori, le forme, le figure e la luce che in teoria potevano essere immediatamente riconosciuti da chiunque viva sul pianeta Terra.

Piero Dorazio - Cercles de Nuit, 1992. Litografia a colori. © Piero Dorazio
Un ponte culturale estetico
Usando il colore e la luce come suoi due strumenti principali, Dorazio creò un corpus di opere che impiegano la griglia come forza visiva unificante. A parte questo punto di partenza fondamentale, tuttavia, sperimentò molti diversi sistemi compositivi. Le sue pennellate variano tra gestualità selvaggia e precisione. Alcuni suoi dipinti hanno bordi netti, altri si compongono in frenetici motivi a incrocio, mentre in altri Dorazio lascia che la vernice coli liberamente. Dipinti a olio come “Piccolo Mattutino” (1958) sono così gestuali ed energici da sembrare quasi opere di un espressionista astratto. Tuttavia, la struttura sottostante di quel dipinto rivela che la composizione è stata meticolosamente pianificata e possiede una forte architettura visiva di base. Densamente stratificati, i colori e le tonalità della composizione sono armoniosamente bilanciati. Mentre un dipinto espressionista astratto mette in primo piano i suoi aspetti emotivi spontanei, questo dipinto riesce grazie al suo senso radicato di controllo.
Sotto molti aspetti, la varietà di strategie visive con cui Dorazio lavorò lo rese un ponte estetico tra varie tendenze astratte che si susseguirono nel mondo nel XX secolo. I suoi dipinti sono stati descritti dai critici come Astrazione Lirica, Tachismo, Astrazione Post-Pittorica, Op Art e Minimalismo. Ognuna di queste etichette ha un senso, ma allo stesso tempo nessuna lo ha del tutto. Dorazio non seguiva stili; dipingeva cose reali che voleva facessimo nostre. Dipingeva forze come energia, movimento e luce. Dipingeva motivi e strutture che credeva essenziali per il mondo naturale e costruito. Questa è la cosa più importante da ricordare oggi, quando ancora una volta dibattiamo se l’astrazione e il formalismo siano rilevanti per la cultura sociale e politica del nostro tempo, e se l’astrazione abbia qualcosa da dire alle persone riguardo alle loro vite quotidiane. Se ci concentriamo troppo nel cercare di classificare le tendenze con cui un’opera sembra allinearsi, perdiamo le universalità sottostanti che l’opera esprime. Questo è ciò che rende l’opera di Piero Dorazio fondamentalmente politica: la sua capacità di connettersi con l’esperienza umana, indipendentemente da chi o da dove sia un particolare essere umano.
Immagine in evidenza: Piero Dorazio - Rosso Perugino, 1979. Olio su tela. 90 x 130 cm. © Piero Dorazio
Tutte le immagini sono usate a scopo illustrativo
Di Phillip Barcio






