
Sotto i Riflettori - Carla Accardi, Una Pioniera dell'Arte Astratta Italiana
Gli artisti d’avanguardia italiani degli anni Sessanta mi hanno sempre interessato per la loro apparente capacità intuitiva di rendere l’arte meno complicata, pur riuscendo in qualche modo a renderla più magica. Carla Accardi, scomparsa nel 2014, è un esempio emblematico di questo fenomeno. Una grande retrospettiva della sua opera intitolata Carla Accardi: Contesti è in mostra fino a giugno 2021 al Museo del Novecento di Milano, Italia. La mostra illustra il paradosso che ho menzionato: non c’è nulla da spiegare riguardo alla sua opera multidisciplinare, eppure c’è ancora tanto di cui parlare! Accardi ha sviluppato un vocabolario calligrafico di forme astratte e un approccio semplificato al colore che è completamente coerente e che è rimasto sorprendentemente costante per tutta la sua carriera di oltre 60 anni. Nonostante questa semplicità e coerenza, la sua opera ha subito molteplici evoluzioni. All’inizio della sua carriera, un viaggio a Parigi la portò a semplificare la sua tavolozza cromatica: per un certo periodo usò solo il bianco e il nero. Gradualmente, reintrodusse il colore nelle sue opere, ma lo limitò ancora a poche tonalità. Notò come le vernici fluorescenti che usava sembrassero emanare luce, tuttavia la disturba il fatto che la tela assorbisse la vernice e quindi il colore. Si chiese come rendere il colore più puro e più luminoso. La sua soluzione arrivò con la scoperta di un tipo di plastica industriale trasparente chiamata Sicofoil. Il colore applicato su questo materiale manteneva la sua brillantezza. Realizzò dipinti, sculture e persino ambienti in Sicofoil, osservando che le opere realizzate con questo materiale avevano l’effetto di rivelare ciò che prima era nascosto. Per esempio, facendo un dipinto in Sicofoil, si rivelano le stecche di legno del telaio, portando il legno in primo piano: un gesto artistico che demistifica l’arte mettendo la natura davanti a essa. In seguito, Accardi tornò a dipingere su tela e adottò anche altri materiali lungo il percorso, come ceramica e piastrelle di pietra. Rimase aperta a dove la sua opera l’avrebbe condotta e la seguì con piacere, indipendentemente dalle mode critiche e accademiche. La sua magia stava nel seguire le proprie fascinazioni. Questo semplice fatto la rese una rivoluzionaria.
La forma della scrittura
Il linguaggio visivo che Accardi sviluppò all’inizio della sua carriera e mantenne fino alla sua morte svelò un legame tra scrittura, disegno e creazione di motivi. Le prime astrazioni in bianco e nero come “Grande integrazione” (1957) presentano le sue forme calligrafiche e lineari caratteristiche, in questo caso raccolte in uno sciame, formando ciò che può essere letto sia come una composizione unificata sia come una cacofonia di segni non correlati. Dopo che il colore tornò nelle sue opere, vediamo i segni calligrafici rimanere in dipinti come “Moltiplicazione vedreargento” (1962), dove ora occupano un punto intermedio tra colore e vuoto. Dopo la scoperta del Sicofoil, i segni calligrafici continuarono a fornire contenuto sia nei dipinti che nelle sculture. I suoi Rotoli (1965-68)—forme tubolari arrotolate realizzate in Sicofoil—sono dipinti con le linee calligrafiche caratteristiche, così come dipinti come “Verde” (1974). Decenni dopo, vediamo ancora le forme scrittorie apparire in dipinti come “Per gli stretti spazi 1, dettaglio” (1988), ora ingrandite, e “Nelle ombre sui muri” (2005), in cui le forme si sono trasformate in rappresentazioni grafiche di motivi.

Carla Accardi - Grande integrazione, 1957, tempera alla caseina su tela, 264 x 132 cm. Collezione Museo del Novecento
Sappiamo già che qualunque cosa Accardi dipingesse sulla superficie delle sue opere era per lei quasi una preoccupazione secondaria. Era più interessata a considerazioni formali, come il colore e la luce. Era affascinata dalle implicazioni filosofiche di mostrare agli spettatori le ossature dei suoi dipinti usando la plastica trasparente, o dalle considerazioni economiche di usare materiali economici per costruire sculture abitabili. Alcune delle sue opere più famose—le sue tende in Sicofoil—furono considerate rivoluzionarie come ambienti estetici. Le superfici delle tende sono coperte dai suoi segni calligrafici caratteristici, eppure questo è a malapena il punto delle opere. Sono forme a misura d’uomo destinate a essere abitate. Gli aspetti personali ed esperienziali delle tende erano ciò che contava di più per Accardi. Cosa erano allora questi segni che tracciava, se non erano mai la parte più importante dell’opera? Questa è una domanda semplice, e forse magica. Sembra chiedere anche: che cos’è tutta la scrittura, tutto il tracciare segni e tutti i motivi, se non una lente attraverso cui vivere i sensi?
La rivolta femminile
Accardi fu sempre in prima linea nell’avanguardia italiana. Fu membro fondatore di Forma 1, che ridiede energia all’arte italiana dopo la Seconda guerra mondiale, così come del gruppo Continuità, una riformazione di Forma 1 nei primi anni Sessanta. Notevolmente, però, Accardi fu l’unica donna in Forma 1. Questo non fu un caso. In Italia allora, come nella maggior parte dei luoghi allora, forze culturali sistematiche impedivano ai membri di certi gruppi di avere successo nel campo artistico, o spesso di partecipare anche solo alle arti. Accardi è la più rivoluzionaria tra i rivoluzionari di Forma 1 e del gruppo Continuità, perché fece ciò che gli altri facevano, ma lo fece lottando in salita come donna.

Carla Accardi - Nelle ombre sui muri, 2005, vinilico su tela, 160 x 220 cm. Galleria Santo Ficara SRL – Firenze. © Carla Accardi, by SIAE 2020
Nel 1970, Accardi co-fondò il gruppo Rivolta Femminile con la giornalista Elvira Banotti e la critica d’arte Carla Lonzi. Il gruppo scrisse il Manifesto della Rivolta Femminile e pubblicò i propri scritti attraverso la propria casa editrice, Scritti di Rivolta Femminile. Rivolta Femminile è considerato il collettivo d’arte femminista più influente in Italia. Sostenevano cambiamenti istituzionali riguardo a questioni come lavoro, matrimonio e uguaglianza, ma non parlavano solo di questo. Andavano molto più a fondo, incoraggiando ogni donna a guardare dentro se stessa per trovare la propria certezza, per non continuare a subire l’influenza degli uomini o di qualsiasi altra forza esterna. Anche dopo la sua morte, Accardi rimane un’ideale sostenitrice della “certezza interiore.” Ha tracciato il proprio cammino e creato un corpus di opere che, nonostante la semplicità e la coerenza, contiene ampi misteri e magia.
Immagine in evidenza: Carla Accardi - Per gli stretti spazi 1, dettaglio, 1988, vinilico su tela, 160 x 220 cm, foto Luca Borrelli Archivio Accardi Sanfilippo, Roma. © Accardi Carla, by SIAE 2019
Tutte le immagini sono usate a scopo illustrativo
Di Phillip Barcio






