
I Neo Supports/Surfaces: Un Manifesto per il Realismo Materiale nel XXI Secolo
Nella cartografia della storia dell’arte, i movimenti hanno di solito un inizio e una fine ben definiti. Brillano intensamente, si affievoliscono e infine confluiscono silenziosamente negli archivi dei musei. Supports/Surfaces, nato nel fervore teorico del 1966, è la rara eccezione che si è rifiutata di spegnersi.
Sebbene il movimento fosse inizialmente alimentato dal radicalismo politico del maggio 1968 e fosse infine lacerato dalle violente dissensioni tra le sue fazioni maoiste e marxiste, la sua vera eredità si è dimostrata assai più duratura delle sue origini ideologiche. La scoperta fondamentale di Supports/Surfaces non era politica, bensì ontologica: separando il supporto (il telaio) dalla superficie (la tela), questi artisti hanno rivelato la verità fisica della pittura. Hanno dimostrato che un dipinto non è una finestra su un’illusione, ma un oggetto materiale nel mondo reale.
Nel panorama artistico del gennaio 2026, questo concetto si è evoluto in quello che i critici potrebbero definire il movimento «Neo-Supports/Surfaces»: alcuni dei padri fondatori, ormai tutti ottantenni o novantenni, continuano a produrre opere tra le più significative, affiancati da una nuova generazione di eredi che ha accantonato la vecchia politica per concentrarsi interamente sulla forza artistica del medium.
Per gli intenditori, non è una lezione di storia, ma una cronologia vivente che collega lo smantellamento radicale degli anni Sessanta alla «verità» materiale ricercata oggi dai collezionisti.
I. I pilastri viventi: i fondatori sono ancora all’opera
È un privilegio raro poter assistere all’opera dei fondatori di un’avanguardia storica, ancora all’apice della loro creatività. Sono loro ad aver stabilito, cinquant’anni fa, la grammatica del movimento.

Claude Viallat - Mostra personale alla Galerie Ceysson Bénétière, 2023 - Foto dell’allestimento
Il racconto comincia con Claude Viallat (n. 1936), l’instancabile patriarca del movimento. Nel 1966, Viallat prese la decisione radicale di liberare la tela dal telaio di legno, inaugurando l’era della toile libre. Oggi, a 89 anni, resta la figura più in vista del gruppo, animato da un’etica del lavoro leggendaria che lo porta a creare ogni giorno. Non si limita a ripetere il passato; approfondisce un solco tracciato nel corso di una vita, dimostrando che è possibile creare variazioni infinite entro l’unico vincolo della sua caratteristica forma «a fagiolo».

Daniel Dezeuze, «Oeuvres Récentes 2020-2015» al Musée Paul Valéry (Sète, Francia), 2026
Se Viallat rivendicava la tela, Daniel Dezeuze (n. 1942) rivendicava il vuoto. Famoso per aver esposto cornici di legno vuote e scale flessibili appoggiate alle pareti, Dezeuze ha trascorso decenni a rivelare lo «scheletro» della pittura occidentale. Nel 2026, la sua opera continua a smantellare l’illusione della «finestra», insistendo sull’intransigente «oggettualità» dell’arte. Il suo rigore intellettuale resta un punto di riferimento per il movimento.

Noël Dolla - Mostra personale alla Galerie Ceysson Bénétière St. Etienne, 2025 - Foto dell’allestimento
Noël Dolla (n. 1945) è tra gli ultimi architetti originari del movimento ancora in vita. Rinomato per l’uso audace del colore e di materiali non convenzionali, Dolla ha costantemente ampliato il linguaggio dell’astrazione oltre la tela. Le sue prime opere, tra cui strofinacci tinti, corde tese e interventi di land art, hanno messo in discussione le gerarchie convenzionali e portato l’etica materialista di Supports/Surfaces sia negli spazi privati sia in quelli pubblici. Negli ultimi anni, la pratica di Dolla è rimasta più inventiva che mai, oscillando tra installazioni monumentali all’aperto e opere delicate, basate sul processo, che interagiscono con lo spazio, l’architettura e il movimento stesso dell’osservatore. La capacità di reinventare il proprio approccio mantenendo un rigoroso nucleo concettuale lo rende una forza vitale nell’astrazione contemporanea e un legame vivente con le origini del movimento.

Bernard Pagès - Mostra personale alla galleria Ceysson Bénétière Lyon, 2013 - Foto dell’allestimento
Bernard Pagès (n. 1940) rappresenta l’avanguardia scultorea di Supports/Surfaces. Fin dall’inizio, Pagès si è distinto decostruendo i confini tra pittura e scultura e assemblando materiali umili - legno, pietra, metallo, cemento - in opere che mettono in primo piano il processo, la giustapposizione e le qualità intrinseche della materia. La sua pratica è caratterizzata da una profonda attenzione al rapporto tra oggetto, spazio e osservatore, nonché da una costante messa in discussione della paternità e del valore artistici. Le mostre recenti di Pagès ne hanno riaffermato il ruolo di innovatore fondamentale, dimostrando come i principi del movimento possano essere continuamente riattivati attraverso nuove forme e materiali. La sua continua esplorazione della struttura, del ritmo e della presenza fisica mantiene vivo e in evoluzione lo spirito sperimentale di Supports/Surfaces.
II. Il motore della galleria: il ruolo decisivo di Ceysson & Bénétière
Tutti e quattro gli artisti fondatori continuano a essere esposti attivamente e sono rappresentati sul mercato primario, in particolare da Ceysson & Bénétière. Il costante impegno della galleria è stato determinante nel garantire la duratura visibilità e accessibilità degli artisti di Supports/Surfaces.
In effetti, tra i numerosi attori che influenzano il destino di Supports/Surfaces, il ruolo di Ceysson & Bénétière si distingue nettamente. Fondata nel 2006, la galleria è passata da uno spazio regionale a Saint-Étienne a una realtà multinazionale, con nove sedi espositive tra Europa, Nord America e Asia, tra cui l’importante apertura della galleria di Tokyo nel 2025. Questa espansione centrifuga, radicata in una solida base intellettuale e logistica al di fuori delle capitali tradizionali, ha permesso a Ceysson & Bénétière di riscrivere le regole del mercato dell’arte contemporanea.

"Supports/Surfaces", mostra, Galerie Ceysson Bénétière, Tokyo 2025 - Foto dell’allestimento
Fin dall’inizio, la galleria ha scommesso con coraggio sul valore storico e artistico di Supports/Surfaces. Sostenendo artisti a lungo sottovalutati dal mercato, come Claude Viallat, Noël Dolla, Bernard Pagès, Daniel Dezeuze, André-Pierre Arnal, Patrick Saytour e molti altri, Ceysson & Bénétière ha svolto un ruolo decisivo nella rivalutazione e nella salvaguardia dell’eredità del movimento. Il rigore curatoriale, il programma editoriale di studi e la strategia espositiva internazionale della galleria hanno garantito che le opere di questi artisti continuassero a essere visibili, collezionate e discusse ai massimi livelli.
L’impegno della galleria non è meramente patrimoniale. Con mostre come quella inaugurale di Tokyo del 2025 (vedi la foto dell’allestimento sopra), incentrata su un’importante rassegna di Supports/Surfaces, Ceysson & Bénétière ha presentato il movimento come una forza viva e rilevante a livello globale. La capacità della galleria di conciliare profondità storica e dinamismo contemporaneo si riflette nel sostegno agli artisti emergenti che estendono a nuovi ambiti l’approccio materialista e incentrato sul processo di Supports/Surfaces.
III. La scuola dietro il movimento: i rivoluzionari come insegnanti
Per un rivoluzionario dell’arte, esiste una forma particolare di riconoscimento che va oltre la retrospettiva museale: poter insegnare la rivoluzione che si è contribuito a creare. All’artista che ha messo in discussione le regole consolidate della pittura viene affidata la formazione di chi verrà dopo. La sfida lanciata in passato all’istituzione diventa una forza al suo interno. Nella storia di Supports/Surfaces, le scuole d’arte hanno offerto proprio questa possibilità: non soltanto lo studio di un movimento radicale, ma un accesso diretto agli artisti che ne avevano aperto nuove strade.
Claude Viallat ha ricoperto questo ruolo con straordinaria autorevolezza. La sua carriera nell’insegnamento è iniziata nel 1963, prima che la sua forma ripetuta emergesse nel 1966, ed è proseguita durante la formazione di Supports/Surfaces e il suo successivo sviluppo. Dopo aver insegnato, tra le altre città, a Nizza, Limoges e Marsiglia, nel 1979 è arrivato a Nîmes, per poi trasferirsi nel 1991 alla École des Beaux-Arts di Parigi. A Nîmes, quindi, non insegnava una rivoluzione ancora da compiere: poteva trasmettere un approccio che aveva già contribuito a definire, continuando al tempo stesso a esplorarne le possibilità nella propria opera. Gli studenti si confrontavano con l’autore della proposta, non con un semplice interprete.
Questo conferisce alle Beaux-Arts di Nîmes un posto distintivo nella sopravvivenza istituzionale del movimento. La scuola offrì un contesto in cui le questioni del supporto, della superficie, del colore e del processo potevano passare direttamente dalla sperimentazione artistica all’insegnamento. La didattica di Viallat, documentata nell’archivio di interviste Histoire de la pédagogie artistique, sottolineava la pratica materiale e il dialogo, compresa la questione di come evitare di diventare un modello da imitare per gli studenti. Il privilegio comportava una responsabilità: trasmettere la libertà aperta dalla rivoluzione, anziché limitarsi alle sue forme riconoscibili.
Alain Clément portò all’istituzione un’esperienza affine ma indipendente: insegnò a Nîmes prima di dirigere la scuola dal 1985 al 1990. Vicino ai membri di Supports/Surfaces, senza essere uno dei fondatori, aveva partecipato alla riflessione artistica della fine degli anni Sessanta e aveva sviluppato proprie indagini concettuali. Il suo successivo interesse per il gesto lirico e la costruzione cromatica rende particolarmente significativo il suo contributo. Era un artista in grado di insegnare a partire dall’esperienza di un cambiamento radicale senza considerare una posizione passata come un obbligo permanente.
Il dialogo di Clément tra pittura e scultura dà forma fisica a questa indipendenza. Il gesto diventa costruzione; il colore suggerisce il volume; una linea curva può trasferirsi dalla tela allo spazio. La sua opera dimostra che l’autorevolezza di un artista-insegnante non deve necessariamente fondarsi sulla difesa di una dottrina immutabile. Può anche consistere nel mostrare come un linguaggio si rinnovi continuamente.
Il risultato, tuttavia, racchiude in sé un paradosso. Ripensando al programma didattico in una conversazione con l’autore di questo articolo, Clément scherzò sul pericolo di formare troppi artisti che lavorassero nella stessa direzione. «Dovevamo fermarci», disse con un ampio sorriso. La battuta coglie il momento in cui una trasmissione efficace rischia di trasformarsi in una formula. Il riconoscimento supremo del rivoluzionario, poter insegnare ciò che ha contribuito a rendere possibile, comporta anche il rischio che la liberazione di ieri diventi la convenzione di domani.
Il riconoscimento istituzionale, tuttavia, non raggiunge tutti i partecipanti allo stesso modo. Per l’autore di questo articolo, André-Pierre Arnal, un tempo caro amico, merita un posto più rilevante nel racconto di questa storia. Questa valutazione personale ricorda che la visibilità delle figure di spicco non può rappresentare la ricezione di un’intera generazione. Una rivoluzione può entrare nella scuola e nel museo, mentre parti del suo contributo restano insufficientemente riconosciute.
André-Pierre Arnal - Senza titolo (Triangolo rosso) - 1973
(Collezione di F.Berthomier)
L’importanza di Nîmes risiede in questo incontro tra invenzione artistica, riconoscimento istituzionale e trasmissione diretta. Chi aveva contribuito a sovvertire le convenzioni della pittura poteva educare una nuova generazione. La ricompensa più duratura non è stata la riproduzione delle loro scoperte, ma la possibilità che gli studenti potessero usarle per scoprire qualcos’altro.
IV. Gli eredi «puri»: rigore e autonomia
Il movimento «Neo Supports/Surfaces» è portato avanti dalla «generazione intermedia», artisti formati direttamente dai maestri, che hanno trasformato la grezza decostruzione degli anni Sessanta in una scienza precisa e contemplativa.

Frédéric Prat - Mostra personale alla Galerie Richard, 2025 - Foto dell’allestimento
Frédéric Prat (n. 1966) rappresenta la svolta «classica» del movimento. Allievo di Claude Viallat e Toni Grand all’École des Beaux-Arts di Parigi, Prat ha dedicato la sua carriera a purificare la grammatica del movimento. Rifiuta rigorosamente le associazioni naturalistiche, dedicandosi invece a un’estrema ricerca delle «non-forme». Le sue tele quadrate di grande formato presentano sfondi monocromi interrotti da «eventi pittorici» autonomi, anelli e linee che non rappresentano nulla al di fuori di sé. Laddove Viallat usava la ripetizione per distruggere la composizione, Prat usa la «non-immagine» per costruire un oggetto di puro pensiero. Rappresentato in Francia dalla Galerie Richard, il suo rigoroso formalismo trova rappresentanza nel contesto digitale globale attraverso IdeelArt.

Stéphane Bordarier - Mostra personale alla Galerie ETC, 2023 - Foto dell’allestimento
A Nîmes, Stéphane Bordarier (n. 1953) opera come il teologo del gruppo. La sua pratica è definita da un vincolo irrinunciabile: l’uso della colle de peau (colla di pelle animale). Poiché questo medium si asciuga rapidamente, Bordarier è costretto a dipingere i suoi «falsi monocromi» in una corsa contro il tempo, eliminando ogni possibilità di esitazione soggettiva. Questo processo si allinea perfettamente con l’attenzione del movimento per il procedimento, anziché per l’ego.

Guillaume Moschini - Mostra personale alla Galerie Oniris, 2023 - Foto dell’allestimento
Guillaume Moschini (n. 1970), allievo del trio composto da Viallat, Saytour e Bioulès, ha attenuato la decostruzione aggressiva dei suoi insegnanti. Lavorando su tela non preparata e con la tecnica dell’«imbibizione», lascia che gli acrilici diluiti penetrino direttamente nella fibra. Il risultato è un «circolo virtuoso» di luce e trasparenza, una «geometria morbida» che vibra di colore invece di confrontarsi con lo spettatore. Protagonista della scena astratta francese grazie alla Galerie Oniris, Moschini raggiunge i collezionisti internazionali attraverso IdeelArt.
V. Gli innovatori
Il movimento sopravvive anche perché viene messo alla prova. La generazione più giovane usa gli strumenti di Supports/Surfaces per criticare o ampliare la sua logica attraverso nuovi media.

No 1113 di Jean-Daniel Salvat, 2020
Jean-Daniel Salvat (n. 1969), allievo della classe di Viallat del '92, ha essenzialmente capovolto il movimento, dando vita a «Post-Supports/Surfaces». Mentre il suo mentore celebrava la trama rustica della tela, Salvat dipinge sul lato posteriore di vinile trasparente. Lo spettatore vede l’opera attraverso la plastica, ottenendo un «facsimile» liscio e industriale di un dipinto, che rispecchia la levigatezza di uno schermo digitale. Salvat mantiene l’ossessione del movimento per l’oggetto, ma sostituisce il rustico con il sintetico. Le sue opere sono anche disponibili su IdeelArt.com.

Nicolas Chardon - Mostra personale alla Galerie Jean Broly, 2014 - Foto dell’allestimento
Nicolas Chardon (n. 1974) instaura un dialogo concettuale con i tessuti domestici di Patrick Saytour. Chardon dipinge su tessuti «Vichy» (a quadretti), ma con una particolarità: quando li tende, le linee della griglia si deformano naturalmente a causa della tensione. Dipinge i suoi quadrati geometrici seguendo queste linee deformate, dimostrando che la geometria «ideale» della mente deve sempre piegarsi alla realtà fisica del supporto.

Adrien Vescovi - Mostra personale alla Ceysson & Bénétiere St Etienne, 2017 - Foto dell’allestimento
Infine, la tradizione si è spinta anche all’aperto con Adrien Vescovi (n. 1981), erede delle mostre «Intérieur/Extérieur» del 1970. Vescovi porta la toile libre fuori dallo studio. Usando tinture naturali, espone le sue tele al sole, al vento e alla pioggia per mesi, spostando il fulcro del movimento dal «materialismo marxista» al «materialismo ecologico». Nel 2026 realizzerà importanti progetti istituzionali e ha inoltre esposto con Ceysson & Bénétière, la stessa galleria di primo piano che difende i fondatori del movimento.
VI. Storie parallele e il linguaggio universale nella cultura occidentale
Se Supports/Surfaces nacque come una ribellione specificamente francese, le domande che poneva erano universali. A quanto pare, l’impulso a smantellare il dipinto non era esclusivo di Nîmes: era uno zeitgeist globale.
Per il collezionista, questa sezione non traccia una genealogia di «eredi», ma piuttosto una costellazione di affinità elettive. Sono artisti occidentali che, provenendo da capitali e decenni diversi, sono giunti alle stesse conclusioni di «Supports/Surfaces», dimostrando che la ricerca della verità materiale è un’esigenza transculturale.

"La Couleur en Fugue" alla Fondation Louis Vuitton, 2022. Sam Gilliam - serie Drape Paintings
La controparte americana: Sam Gilliam (1933–2022).
È un caso di sincronicità storica: proprio mentre Claude Viallat distendeva le sue tele nel sud della Francia, Sam Gilliam rimuoveva i telai a Washington, D.C. Le sue celebri «Drape Paintings» - vaste tele sature di colore sospese nello spazio - non discendono dalla scuola francese, ma ne sono il gemello spirituale. Come i fondatori francesi, Gilliam aveva capito che liberare il colore dalla rigida struttura del telaio gli permetteva di abitare lo spazio reale. Appesa in pieghe morbide e scultoree o macchiata da pigmenti intensi, la sua opera tratta la tela come una pelle fisica anziché come una finestra, confermando la ricerca materialista su entrambe le sponde dell’Atlantico.
"La couleur en fugue" alla Fondation Louis Vuitton, 2022. Steven Parrino
Il parallelo punk: Steven Parrino (1958–2005).
Steven Parrino è riconosciuto a livello internazionale per aver spinto i confini della pittura fino a una radicale decostruzione. Le sue opere iconiche, grandi tele circolari attorcigliate, piegate o accartocciate, spesso dipinte con audaci strisce o in monocromia metallizzata, trattano la tela come un oggetto scultoreo, mettendo in risalto la fisicità e la resistenza del materiale. Le forme metalliche accartocciate sul pavimento riecheggiano questi gesti, dissolvendo il confine tra pittura e scultura.
Gli interventi di Parrino non riguardano semplicemente la distruzione, ma l’energia e la tensione che emergono quando si sovvertono le convenzioni della pittura. Pur avendo sviluppato il suo approccio in modo indipendente, il lavoro di Parrino è fortemente in sintonia con l’etica di Supports/Surfaces: entrambi mettono in primo piano il processo, la materialità e l’autonomia dell’oggetto dipinto. La sua pratica costituisce un potente parallelo, più che un’estensione diretta, del movimento e dimostra come il ripensamento radicale dei limiti della pittura si sia sviluppato su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Sergej Jensen al PS1 MOMA, 2011. Foto dell’allestimento.
Il dialogo contemporaneo: Sergej Jensen (n. 1973) e Wyatt Kahn (n. 1983).
Oggi, artisti da Berlino a New York continuano a sviluppare questa logica. I «dipinti senza pittura» di Jensen (cuciti con lino e iuta) rispecchiano l’uso di tessuti domestici di Patrick Saytour. Wyatt Kahn, invece, realizza assemblaggi simili a puzzle con tela grezza e cornici sagomate, dando una risposta architettonica alle scale vuote di Daniel Dezeuze. Non stanno copiando i francesi: parlano la stessa lingua dei materiali

Wyatt Kahn - Senza titolo (Dipinti di città in scala di grigi) - 2018 ©Wyatt-Kahn
VII. Risonanze globali: Supports/Surfaces e l’Asia
Sebbene Supports/Surfaces sia nato in Francia, la sua radicale riconsiderazione dei materiali e delle convenzioni della pittura trova sorprendenti parallelismi nell’arte asiatica del dopoguerra. Pur non esistendo un equivalente asiatico diretto né un legame formale, artisti e movimenti come Dansaekhwa in Corea del Sud e Gutai in Giappone hanno esplorato autonomamente molte delle stesse questioni che animano Supports/Surfaces.
Gli artisti di Dansaekhwa, come Park Seo-Bo (1931–2023), Ha Chong-Hyun (n. 1935) e Lee Ufan (n. 1936), mettono in primo piano la materialità della tela, il gesto ripetitivo e l’autonomia del supporto. Le loro opere meditative, incentrate sul processo, spesso prevedono di manipolare, raschiare o intrecciare la tela, richiamando la sperimentazione sui materiali e la decostruzione proprie di Supports/Surfaces.

"Lee Ufan e Claude Viallat, Incontro" alla Pace London, 2023. Foto dell’allestimento.
Analogamente, gli artisti Il gruppo Gutai in Giappone ha aperto la strada a un approccio sperimentale alla pittura negli anni Cinquanta e Sessanta, abbracciando supporti non convenzionali, gesti performativi e l’integrazione del corpo e del caso nell’atto creativo. Artisti come Kazuo Shiraga (1924–2008), con le sue tele dinamiche dipinte con i piedi, e Shozo Shimamoto (1928–2013), noto per i suoi radicali esperimenti con i materiali e i dipinti performativi realizzati «lanciando bottiglie», incarnano una concezione della materialità e un orientamento al processo che riecheggiano da vicino l’approccio di Supports/Surfaces, mettendo in discussione la gerarchia della pittura intesa come illusione e affermando la natura di oggetto e la presenza fisica dell’opera d’arte.
Oggi queste affinità sono sempre più riconosciute da curatori e critici, che riuniscono Supports/Surfaces, Dansaekhwa e Gutai in mostre per mettere in luce un movimento più ampio e globale verso la materialità, il processo e il superamento dei confini tradizionali della pittura. Questa convergenza sottolinea che la ricerca della verità materiale nell’arte non è limitata dalla geografia, ma risuona attraverso continenti e culture.
«Action» - Shozo Shimamoto e Kazuo Shiraga alla galleria Whitestone, 2023. Foto dell’installazione
VIII. La costellazione di IdeelArt: il realismo materiale nella pratica
Il movimento «Neo Supports/Surfaces» non è una semplice nota a piè di pagina della storia: è una frequenza viva che continua a vibrare nella pratica contemporanea. In IdeelArt, questa tradizione è rappresentata dagli eredi diretti di cui abbiamo già parlato: Frédéric Prat, con la sua rigorosa purificazione del «non-formale»; Jean-Daniel Salvat, che mette in discussione la stessa pelle del dipinto attraverso il suo lavoro sul vinile; e Guillaume Moschini, la cui applicazione procedurale del colore elimina l’ego per rivelare la vibrazione del supporto.
Eppure, la ricerca della «verità materiale» si estende oltre questi discendenti diretti. Si manifesta in una variegata costellazione di artisti internazionali che, consapevolmente o intuitivamente, sono giunti alla stessa conclusione: un’opera d’arte deve prima essere un oggetto nel mondo reale, prima di poter essere un’immagine.

Jean Feinberg - Mostra «Minimal/Maximal» presso lo studio di Ed Rothfarb, 2025 - Foto dell’installazione
Jean Feinberg (USA) incarna l’insistenza del movimento sulla «pittura come oggetto». Il suo lavoro rifiuta la finestra rettangolare della pittura tradizionale a favore di «costruzioni» realizzate con legno di recupero, tela e vernice. Come nei primi esperimenti di Bernard Pagès, le opere di Feinberg non sono immagini di qualcosa: sono entità autonome che si protendono nello spazio dello spettatore. Integrando detriti trovati e legname strutturale, avvalora la tesi secondo cui la tensione fisica dell’oggetto è il vero soggetto dell’arte.

Louise Blyton - «Mulooning» - Mostra personale alla galleria Five Walls, Melbourne, 2025 - Foto dell’installazione
Louise Blyton (Australia) instaura un dialogo profondo con la «verità del supporto». Nello spirito della liberazione della tela operata da Claude Viallat, Blyton eleva il lino grezzo da sfondo passivo a materiale attivo e visibile. La sua tecnica riduttiva - avvolgere il lino attorno a forme sagomate di legno di balsa e applicare infiniti strati di pigmento, senza alcun ego - dà vita a opere che non sono né dipinti né sculture, ma oggetti ibridi. Non nascondono il processo di realizzazione: celebrano la realtà tessuta della loro superficie.

Anthony Frost nel suo studio (2023)
Anthony Frost (Regno Unito) incarna il rifiuto del movimento per la preziosità delle "belle arti", abbracciando radicalmente materiali umili. Proprio come Noël Dolla si è rivolto agli strofinacci e alla tarlatana, Frost realizza le sue astrazioni viscerali con tela da vela, reti per la frutta e juta. Non sono superfici neutre destinate all'illusione, ma realtà grezze e industriali che affermano la propria storia. La sua opera dimostra che lo spirito "Neo Supports/Surfaces" prospera ovunque un artista dia priorità alla schietta onestà della materia rispetto all'inganno della rappresentazione.

"Fragile Beauty: Photographs from the Sir Elton John and David Furnish Collection", Richard Caldicott, Victoria & Albert Museum, 2025
Richard Caldicott (Regno Unito) applica la logica decostruttiva del movimento al mezzo fotografico. Proprio come Daniel Dezeuze ha ridotto la pittura al telaio per rivelarne lo scheletro, Caldicott riduce la fotografia ai suoi meccanismi elementari: luce e carta. Attraverso i suoi fotogrammi e negativi su carta, aggira la funzione documentaria della macchina fotografica per creare immagini che sono impronte fisiche del mondo. Rivela la "verità ontologica" della fotografia, trasformandola da specchio della realtà in generatrice di forme concrete.
Crediamo che il movimento "Neo Supports/Surfaces" sia molto più ampio delle sue origini francesi: è una ricerca globale della verità materiale. Che venga chiamato "Pittura provvisoria," "Casualismo," "Nuovo materialismo," o che si manifesti nel Dansaekhwa e nel Gutai, gli artisti da Brooklyn a Seul sono attivamente impegnati nella stessa ricerca.
Non si tratta di nostalgia, ma di una metodologia valida e universale per il XXI secolo. Ciò che è iniziato negli atelier di Nîmes trova eco nei drappeggi di Washington D.C., nell'arte tessile danese, nel minimalismo di New York e nelle tele meditative dell'Asia.
I fondatori hanno smontato la pittura per trovarne la verità; il ponte istituzionale ha preservato quella verità; e una generazione globale di artisti la sta usando per costruire nuove architetture. Gli opuscoli politici del 1968 possono essere svaniti, ma la scoperta estetica resta valida: l'oggetto della pittura è la pittura stessa.
Di Francis Berthomier

Claude Viallat & Christelle Thomas. "Avatar 2005-2025". Hôtel des Arts de Toulon. Dic. 2025.
Questo articolo è stato ispirato da una recente visita alla mostra di Viallat all’Hôtel des Arts di Tolone (Francia), dove una conversazione con Claude Viallat in persona ha confermato che realizza ancora tre opere al giorno, una testimonianza duratura della sua continua vitalità e dell’energia viva del movimento.
Immagine in evidenza: "Supports/Surfaces : Les origines 1966-1970" al Carré d'Art (Nîmes, Francia), 2018. Foto dell'installazione.





























































































